Smontiamo l’elettrodomestico: la cappa aspiratrice
È nelle cucine moderne di tutto il mondo ma forse in pochi sanno che è da un’intuizione italiana che nasce la cappa aspiratrice.
L’idea di inserire all’interno delle comuni cappe a tiraggio da cucina un aspiratore come quelli usati nei laboratori chimici venne, infatti, nella prima metà degli anni ’60 al prof. Abramo Galassi, fondatore della Faber.
Da allora la cappa si è progressivamente diffusa nelle case divenendo parte integrante della cucina, evolvendosi tecnologicamente ed esteticamente fino ad assumere il ruolo di vero e proprio elemento d’arredo.
Al di là dei materiali che le compongono, e che variano dalle plastiche delle cappe integrate nei pensili della cucina all’acciaio o al vetro di quelle a vista, tutte le cappe si dividono in due categorie: quelle aspiranti (foto1) e quelle filtranti (foto 2).
Le prime portano l’aria all’esterno della cucina attraverso un condotto di evacuazione; le seconde filtrano l’aria aspirata e la re-immettono in cucina.
Una volta smontate, all’interno di entrambe troviamo una scocca, dei filtri anti-grasso e un motore o gruppo di aspirazione. Ovviamente le cappe filtranti sono dotate anche di filtri anti-odore, mentre non hanno il condotto di evacuazione, presente invece nelle cappe aspiranti.
Al momento di acquistarne una dobbiamo comunque assicurarci che la nostra cappa, oltre a soddisfarci per il designo l’ingombro, sia efficace, ossia in grado di ricambiare l’aria della cucina almeno dieci volte in un’ora. Al di sotto di questa soglia, infatti, la cappa non assolve alla sua funzione primaria.
Per essere sicuri che la cappa che avete scelto abbia tale requisito, moltiplicate, quindi, per 10 il volume della cucina e confrontate questo dato con la portata oraria della cappa: eviterete così di mettervi in casa un oggetto magari bello, ma inutile!
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